- Speaker #0
This is your computer speaking. Artificial intelligence.
- Speaker #1
State ascoltando DevTech Podcast, il podcast di prospettiva tecnologica di Arma Suisse. Prima stagione, episodio 4. La guerra cognitiva. Quando il cervello diventa campo di battaglia.
- Speaker #0
Più di 50 conflitti armati sono in corso nel mondo. Conflitti cinetici, in cui forze militari o milizie utilizzano fucili, carri armati, aerei, droni o missili per infliggere danni materiali e umani al nemico. Sono i conflitti che vediamo in televisione, pieni di violenza, sangue e distruzione. Ma ce ne sono molti altri che non vediamo, non dichiarati, invisibili, che non causano danni fisici, in cui la parte che viene attaccata spesso non sa nemmeno di essere il bersaglio. I loro strumenti sono l'informazione, i computer, le reti digitali e gli algoritmi, la psicologia, la linguistica e la neurobiologia. C'è una parola che non abbiamo mai usato nelle puntate precedenti di questo podcast. Guerra. Ma i conflitti che ho appena descritto definiscono un nuovo approccio alla guerra. Una guerra cognitiva. E' questo il titolo di un articolo pubblicato nel 2020 da François Duclizel, un ricercatore francese della Nato. Inizia con queste parole.
- Speaker #2
La natura della guerra è cambiata. La mente umana è ora considerata un nuovo dominio di azione bellica.
- Speaker #0
Il testo di Duclizel contiene solo pochi riferimenti alla guerra dell'informazione, alla propaganda, alla disinformazione o alle psyops, le operazioni psicologiche. Non si sofferma neppure molto sulla... ciberguerra, gli attacchi informatici che sono diventati una costante della nostra era digitale e non fa alcun accenno al ruolo del soft power. Evidenzia invece un altro livello di rischio, la minaccia cognitiva, il cui obiettivo non è di sottrarre dati o di influenzare il pensiero degli individui attraverso informazioni manipolate. Punta piuttosto a cambiare il loro modo di pensare, a diminuire la loro capacità di capire e orientarsi nel mondo e di decidere quindi autonomamente le proprie azioni. Lo strumento centrale di questa guerra, come abbiamo visto nel terzo episodio, è lo sfruttamento attraverso la tecnologia della conoscenza sempre più dettagliata ed intima delle persone e delle loro menti, insomma dati e neuroscienza. Quella di Clusel non è una proiezione futura. La guerra cognitiva è già qui, è un insieme di pratiche e di tecnologie di sua versione già utilizzate con più o meno successo da una moltitudine di attori statali e non statali. Prestate attenzione al termine usato da Clusel, un nuovo dominio della guerra. Gli eserciti moderni sono generalmente organizzati in cinque domini, terra, mare, aria, spazio e ciberspazio. A questi si aggiunge ora la minaccia cognitiva. diventa il sesto dominio, dove psicologia, neurobiologia e tecnologia convergono al servizio di un'idea che in fondo è molto antica, quella della vittoria senza combattimento. Un'idea proposta già 2500 anni fa da Sun Tzu nel suo trattato L'arte della guerra. Lo stratega cinese suggerisce di essere invisibili e inudibili per, e cito, controllare il destino dei propri avversari. Perché l'arte della guerra, scrive,
- Speaker #1
consiste nel sottomettere il nemico senza combattere. Al servizio del Dipartimento federale svizzero della difesa, della protezione civile e dello sport, come pure del pubblico. In questa prima stagione di sei episodi, intitolata «La minaccia cognitiva», ho chiesto a Bruno Giussani, specialista degli impatti sociopolitici delle tecnologie digitali, di decifrare le sfide dell'integrità cognitiva e della sicurezza. Con l'aiuto di esperti, le cui voci sono tutte state doppiate utilizzando l'intelligenza artificiale, Bruno ci guida attraverso un'esplorazione del rischio cognitivo nell'era degli schermi onnipresenti, dell'intelligenza artificiale e delle neurotecnologie. Si parlerà di meccanismi, impatti individuali e collettivi, rischi, e anche, naturalmente, di possibili risposte.
- Speaker #0
Nel pomeriggio di mercoledì 18 settembre 2024, il Consiglio nazionale, una delle due Camere del Parlamento svizzero, stava discutendo della missione dell'esercito, quando la deputata centrista Isabelle Chapuis prese la parola.
- Speaker #3
Cari colleghi e cari colleghe, immaginate un mondo in cui i vostri pensieri non vi appartengono più veramente.
- Speaker #0
Un'entrata in materia che fece tacere l'aula, focalizzando l'attenzione sulla sua proposta, includere il sesto dominio. quello cognitivo, tra i principi attorno ai quali si articola la missione dell'esercito svizzero.
- Speaker #3
La guerra cognitiva è un tipo di conflitto nuovo, più ampio e profondo della manipolazione delle informazioni o della propaganda che già conosciamo. Mira a modificare la nostra percezione e risposta alla realtà, gradualmente e in modo subdolo, senza il nostro consenso e spesso senza che ce ne rendiamo conto. Come funziona in pratica? Sfruttando una comprensione sempre più approfondita delle nostre funzioni cerebrali, grazie all'intelligenza artificiale e a un arsenale in continua evoluzione di strumenti basati sulle neuroscienze, queste tecnologie, inizialmente sviluppate per scopi positivi, possono ora essere utilizzate per portare la guerra dentro la mente umana.
- Speaker #0
Molte di queste tecnologie promettono alla base di migliorare le nostre prestazioni cognitive. Esse tuttavia creano anche la possibilità di influenzare Il nostro modo di pensare e di prendere decisioni sia su scala specifica, quella dell'individuo, che su scala universale, tutta la società. Ma, domanda, è davvero una questione di sicurezza nazionale da affidare alle forze armate?
- Speaker #3
Sì, perché la guerra cognitiva permette di aggirare le regole classiche del conflitto armato. Può essere condotta a basso costo, in tempo di pace, senza una dichiarazione di guerra. rendendone molto difficile l'individuazione e la difesa. Inoltre non conosce limiti temporali né geografici. La guerra cognitiva non è ancora considerata dalle dottrine militari consolidate e non esistono regole internazionali.
- Speaker #0
Quel pomeriggio la proposta della deputata ottenne la maggioranza dei voti in Consiglio nazionale e tre mesi dopo anche l'altra Camera del Parlamento e il Consiglio degli Stati votò a favore. E così da allora... L'integrità cognitiva fa parte della missione difensiva dell'esercito svizzero, difesa contro un tipo di conflitto poco costoso, sfuggente, che non causa danni materiali e che erode il confine tra pace e guerra. Se Sun Tzu era un sostenitore della guerra senza combattimento, un altro stratega ha influenzato profondamente generazioni di militari, favorendo l'approccio esattamente opposto. Nel suo saggio sulla guerra, pubblicato postumo nel 1832, il generale prussiano Karl von Clausewitz parla del primato del combattimento, della battaglia come momento privilegiato e decisivo in cui le differenze vengono risolte con la violenza armata. Verso la metà del secolo scorso, il pensiero clausewitziano fu reso obsoleto dall'avvento delle armi nucleari e dal principio di deterrenza. Il loro immenso potere distruttivo in effetti ne rende l'uso Quasi impossibile. Ne riparliamo fra un attimo, ma torniamo al nostro tema da una via secondaria. Gli ultimi 40 anni hanno visto il trionfo di un'altra tecnologia trasformativa, questa volta non militare, lo sviluppo delle catene di approvvigionamento globali, le supply chains, la logistica del trasporto di merci. Vi chiederete, e cosa c'entrano? In effetti il loro sviluppo è stato guidato da considerazioni puramente economiche, la ricerca di costi di manodopera e di produzione più bassi e il libero scambio. È stato reso possibile da tecnologie che permettono un coordinamento sempre più sofisticato e una visibilità quasi in tempo reale dei flussi di merci, accompagnate da pratiche gestionali come il just-in-time e la minimizzazione delle scorte. L'esistenza di queste catene di approvvigionamento è una testimonianza dell'immensità dell'ingegno umano, perché qualunque cosa uno pensi dell'economia globalizzata e dei suoi effetti, e gli effetti nefasti sono numerosi e profondi, si tratta di una tecnologia organizzativa di formidabile sofisticazione. Oltre ad aver contribuito alla globalizzazione economica, che non è il nostro tema, le catene di approvvigionamento globali hanno avuto anche un altro effetto. E questo ci interessa, perché ha implicazioni per la sicurezza. Hanno avvolto quasi tutti i paesi del mondo in una rete di interessi economici reciproci e di interdipendenza. E ciò ha aumentato e di molto il costo e le conseguenze del conflitto armato diretto, che distrugge vite umane, entità sociali ed economiche, e anche infrastrutture. Ne è conseguito un interesse crescente per la guerra cognitiva. È invisibile, scalabile, poco costosa, non crea perturbazioni materiali e può essere condotta senza causare gravi danni all'infrastruttura della globalizzazione. Sebbene la guerra cognitiva neghi quindi la visione di Clausewitz della battaglia violenta come momento di risoluzione delle differenze, essa è però pienamente in linea con quello che egli considerava lo scopo della guerra. Nella prima pagina del suo trattato, infatti, scrive «La guerra è un atto di violenza volto a costringere l'avversario a fare la nostra volontà». Immaginiamo allora con l'aiuto di una voce sintetica una versione contemporanea di Clausewitz che avrebbe accesso a TikTok, a ChatGPT e alle ultime scoperte neurobiologiche. La guerra è un atto di interferenza informativa e di manipolazione cognitiva ideato per costringere l'avversario
- Speaker #4
a fare la nostra volontà.
- Speaker #0
Sebbene sia il più recente tra i domini della guerra contemporanea, il cognitivo è probabilmente il più esteso e importante, poiché riguarda la capacità di leggere la realtà e di agire su di essa, e quindi la condotta di tutti gli altri. Americani, russi, cinesi, francesi e molti altri conducono da anni programmi di ricerca e sperimentazione in questo campo.
- Speaker #4
Gli eserciti sono interessati a queste tecnologie da un lato principalmente per potenziarsi, per sfruttarle, per amplificare le proprie capacità operative e quelle del loro personale e ottenere così una superiorità cognitiva. Se vi viene in mente l'immagine del soldato aumentato di certi film futuristici, non siamo ancora lì. Ma è sicuramente la direzione nella quale stiamo andando. D'altro canto, l'intelligenza artificiale e le neurotecnologie sono anche considerate come armi per attaccare e degradare le facoltà cognitive del nemico o per difendersi da tali attacchi.
- Speaker #0
La voce che avete appena sentito è quella di Mauro Vignati, specialista della questione presso il Comitato Internazionale della Croce Rossa.
- Speaker #4
Da un lato gli eserciti devono proteggere i propri soldati e ufficiali, nonché la loro capacità di comprendere e prendere decisioni dalle interferenze nemiche. In questo senso queste tecnologie possono contribuire a migliorare le loro prestazioni cognitive per far fronte alla crescente complessità della guerra. Dall'altro... Devono anche difendere la popolazione da infiltrazioni cognitive che possono minacciare la stabilità sociale, minare la fiducia tra cittadini e istituzioni, offuscare la percezione del rischio o indebolire la volontà di difendersi.
- Speaker #0
Attardiamoci per un attimo sul primo punto sollevato da Vignati, la preservazione delle capacità decisionali. E proviamo a spiegarne il significato con un esempio. Esiste uno strumento per la pianificazione e l'esecuzione delle operazioni militari chiamato il ciclo OODA, acronimo che sta per Observe, Orient, Decide and Act, osservare, orientarsi, decidere e agire. È uno strumento che migliora la reattività e l'adattabilità degli eserciti, fornendo un quadro strutturato per il processo decisionale. Ci sono due modi per operare all'interno di questo quadro. Si può vincere completando il proprio ciclo OODA più velocemente dell'avversario, oppure penetrando il suo con l'obiettivo di modificarlo. E sebbene le quattro fasi appaiano equivalenti e sequenziali, il ciclo OODA dipende fortemente dalla seconda O, l'orientamento, cioè l'analisi delle informazioni per decifrare la situazione e la posta in gioco. Ed è su quello che si concentrano le strategie di guerra cognitiva. Se il nemico riesce a disorientarvi, poco importa quanto sia acuta la vostra osservazione, quanto veloci le vostre decisioni e efficaci le vostre azioni. Sarete comunque indeboliti. Questo rischio di disorientamento non è esclusivo dell'ambito militare. È molto diffuso.
- Speaker #4
Viviamo in un contesto intriso di tecnologia e in sovrainformazione costante. La chiamiamo l'economia dei dati, la data economy. Ma in realtà la sorveglianza e l'acquisizione dei dati sono semplicemente gli strumenti. Il nocciolo di questa nuova guerra, come hanno chiaramente dimostrato qualche anno fa lo scandalo Cambridge Analytica e il suo ruolo nelle elezioni statunitensi e nel voto sulla Brexit, è l'influenza che può essere esercitata sul comportamento umano, sia esso commerciale, sociale, politico o militare.
- Speaker #0
La penetrazione digitale delle nostre vite quotidiane dà forma all'ambiente in cui questa influenza si manifesta. Da sola, dietro il proprio schermo, ogni persona diventa certo un potenziale bersaglio, ma anche un potenziale partecipante, un soldato involontario nella battaglia cognitiva.
- Speaker #4
La propaganda l'assorbiamo in modo passivo, ma nella guerra cognitiva, senza rendercene conto, Ognuno di noi partecipa a plasmare l'ecosistema informativo. Lo facciamo generando enormi quantità di dati, ma anche diffondendo informazioni. Ad esempio, ogni volta che condividiamo un link a un video o a un articolo su un social senza esserci presi la briga di leggerlo o verificarlo, corriamo il rischio di prendere parte a una campagna di influenza cognitiva.
- Speaker #0
Tecnologie che avrebbero dovuto democratizzare, aprire e renderci più uguali vengono quindi ora utilizzate per influenzare e per manipolare. Torniamo a Jean-Marc Ricli che abbiamo già incontrato in una puntata precedente.
- Speaker #2
Tutte queste tecnologie sono a duplice uso. In genere sono state progettate principalmente per scopi positivi, per usi civili, professionali, commerciali, ricreativi e terapeutici, per comunicare con gli amici. o accedere a informazioni o altri aspetti della vita quotidiana, ma vanno comunque a costituire un'infrastruttura per l'accesso diretto al nostro corpo e al nostro cervello. L'uso crescente di queste tecnologie nella nostra vita quotidiana crea un fenomeno di assuefazione e dipendenza che indebolisce la nostra capacità critica e ci rende meno sensibili ai rischi che esse rappresentano.
- Speaker #0
L'osservazione di Rick Lee sulla suefazione attraverso l'uso quotidiano va ben oltre i dispositivi a cui pensiamo subito, in particolare gli smartphone. Infatti, porzioni sempre più ampie dell'ambiente nel quale viviamo sono governate da algoritmi. Il frigorifero connesso, che può controllare la quantità che consumiamo di un dato prodotto, o la televisione smart, che non solo sa cosa stiamo guardando, ma ci punta una telecamera addosso mentre lo facciamo. Me? A robot? Huh. Lo specchio connesso, che potrebbe rilevare la nostra stanchezza e consigliarci. But,
- Speaker #4
I'm curious,
- Speaker #0
why do you ask? Ma probabilmente anche condividere le informazioni con altri che sapranno come usarle. La tecnologia pervasiva, insomma, può avere un impatto sulla nostra cognizione semplicemente per il fatto che esiste tutto attorno a noi. A ciò fa eco l'analisi degli autori cinesi Chao Liang e Wang Chanshui, rispettivamente generale e alto funzionario pubblico, il cui libro del 1999, Guerra senza limiti, include questo paragrafo.
- Speaker #5
Deve essere chiaro che il nuovo concetto di armamento sta dando vita ad armi strettamente legate alla vita delle popolazioni civili. Se la nostra prima osservazione è che la comparsa di armamenti di nuova concezione Porterà certamente la guerra futura a un livello difficile da immaginare per gli individui e persino per i militari. La seconda è che il nuovo concetto di armamento susciterà grande stupore, sia tra la gente comune che tra i militari, causato dal fatto che oggetti banali e familiari possono anche diventare armi da guerra. Crediamo che un bel mattino la gente si sveglierà e scoprirà con sorpresa che oggetti d'uso comune e pacifici avranno acquisito proprietà offensive e mortali.
- Speaker #0
In realtà non è necessario immaginare delle intenzioni malevole da parte di qualcuno. Il semplice uso di dispositivi connessi induce già cambiamenti diretti nel modo in cui ci relazioniamo con il mondo. La nostra memoria si deteriora perché prendiamo l'abitudine di cercare informazioni su Google. La nostra rappresentazione della realtà diventa sfocata a causa della difficoltà di distinguere il vero. dal falso e il reale dal virtuale. La nostra capacità di pensare e la complessità crolla sotto il peso dell'ipervelocità, dell'immediatezza e delle emozioni. La nostra fiducia viene gradualmente delegata al GPS, così che quando il cartello stradale indica sinistra e il navigatore dice destra, svoltiamo a destra. Ci siamo anche abituati ad aspettarci risposte immediate e gli esseri umani sono veramente troppo lenti. E tutto questo e molte altre distorsioni e scorciatoie mentali rendono le nostre menti sempre più vulnerabili. Le innovazioni tecnologiche che si tratti dell'invenzione della polvere da sparo o dei satelliti hanno sempre portato a cambiamenti nelle organizzazioni e nelle dottrine militari. Alcune tecnologie come internet o il GPS sono state inizialmente sviluppate per scopi militari, per poi infiltrarsi nella nostra vita quotidiana. L'esercito statunitense lavora sulla guerra cognitiva da oltre dieci anni. E anche russi e cinesi hanno sviluppato dottrine specifiche, sulle quali riprendiamo qui alcuni elementi del rapporto preparato per la Nato da François Duclizel. L'uso da parte della Russia della guerra algoritmica assimmetrica è ben documentato, in particolare le interferenze elettorali ottenute con la diffusione di informazioni false, forvianti e divisive attraverso i social o con degli attacchi informatici. Queste operazioni sfruttano la natura aperta delle società occidentali e dei loro ecosistemi mediatici. L'approccio russo si basa su tecniche sviluppate già dall'Unione Sovietica. L'obiettivo tuttavia non è più quello di convincere gli altri della superiorità del proprio sistema. Piuttosto si tratta di seminare dubbi e sfiducia e, in ultima analisi, di indebolire il sistema nemico dall'interno. Questo approccio, noto come dottrina del controllo riflessivo, mira a spingere gli avversari ad agire nell'interesse della Russia, modificando la loro percezione del mondo, con l'obiettivo secondario poi di convincerli che sono comunque loro a decidere. La Cina, come è noto, utilizza orizzonti di pianificazione strategica molto più lunghi rispetto ai paesi occidentali. Ha una politica esplicita di duplice utilizzo civile e militare. delle tecnologie e le sue operazioni cognitive sono strutturate attorno a due assi. Da un lato la cognizione fondamentale che include approcci e tecnologie che influenzano la capacità di pensiero e di funzionamento di un individuo e dall'altro la cognizione subliminale che si concentra su emozioni, forze di volontà e convinzioni. Tra l'altro l'esercito cinese da anni identifica personalità straniere che ricoprono importanti posizioni politiche, militari e diplomatiche. Questi database contengono informazioni su decine di migliaia di individui e costituiscono quindi un chiaro elenco di obiettivi prioritari per delle operazioni cognitive. Cerchiamo di capire meglio come si svolge un'operazione di influenza con l'aiuto di Jean-Marc Ricli.
- Speaker #2
Un articolo recente pubblicato da ricercatori legati all'esercito cinese identifica quattro fasi in un confronto cognitivo. La prima è quella che chiamano perturbazione dell'informazione. È un po' simile a ciò che fanno i russi in termini di controllo riflessivo, disseminando narrazioni che permettano di definire in modo a loro favorevole i termini del dibattito. La seconda fase è definita competizione discorsiva. Si basa su ciò che spiega lo psicologo Daniel Kahneman nel suo libro Pensieri lenti e veloci, cioè il fatto che ognuno di noi ha due sistemi di riflessione e decisione. Il sistema 1, che è sistema istantaneo, intuitivo ed emotivo, che funziona su impulsi e pregiudizi, e il sistema 2, che è molto più lento, più razionale. C'è quindi una simmetria tra il modo e la velocità nelle quali questi sistemi funzionano. La competizione discorsiva prende di mira il sistema 1, i pregiudizi, rinforzando quelli esistenti, creandone di nuovi, per alimentare lo sviluppo di bolle informative.
- Speaker #0
E la natura stessa di una bolla informativa è che è molto difficile uscirne per prendere in considerazione informazioni che contraddicono o smentiscono ciò in cui si crede.
- Speaker #2
Il terzo passaggio è quello che chiamano il blackout dell'opinione pubblica, che usa l'analisi attitudinale attitudinale per creare una mappatura di una determinata popolazione ovvero per identificare chi tra la popolazione pensa a oppure pensa b per poi in particolare attraverso i social inviare informazioni mirate in quantità massicce una specie di attacco per sciame uno swarm come si dice in inglese a livello cognitivo si possono creare così situazioni confuse e caotiche si tratta di qualcosa di completamente nuovo Rispetto a quanto visto in passato, nel campo della disinformazione o della guerra psicologica, quando si diffondevano messaggi nella speranza che una parte della popolazione vi rispondesse, oggi, invece, stiamo entrando in una dimensione in cui è possibile identificare con precisione i singoli individui, analizzarne i comportamenti e inviare loro informazioni mirate, in modo da orientarne le reazioni secondo degli obiettivi precisi.
- Speaker #0
Queste operazioni sono invisibili e possono aver luogo anche in tempo di pace. È solo la quarta fase che assomiglia alla guerra convenzionale.
- Speaker #2
Sarebbe la fase in cui si impedisce all'avversario di reagire, in particolare neutralizzando i suoi stessi sistemi di comunicazione e i suoi sistemi digitali.
- Speaker #0
In altre parole, attaccando digitalmente o addirittura bombardando le sue infrastrutture fisiche. Di fronte al rapido riallineamento degli equilibri globali, i paesi europei stanno attualmente perseguendo ambiziose politiche di riarmo e ciò comporta La reinvenzione, dopo anni di dividendi della pace e di non curanza, di assetti di sicurezza ormai inadeguati. Alla luce di quanto detto finora e del fatto che gran parte delle campagne cognitive conosciute veicolano visioni antidemocratiche, sarebbe quindi naturale che i nuovi bilanci della difesa, in crescita quasi ovunque, contengano un capitolo consistente dedicato alla minaccia cognitiva. Un primo passo è l'istituzione di sistemi di vigilanza e di segnalazione precoce. La Francia, per esempio, ha creato nel 2021 un servizio responsabile del monitoraggio e della protezione dalle interferenze digitali straniere, chiamato Viginom. Il suo mandato è, cito, di proteggere il dibattito pubblico dalla manipolazione di informazioni provenienti dall'estero sulle piattaforme digitali. E altri paesi hanno adottato iniziative simili?
- Speaker #2
Nel 2022 la Svezia ha istituito l'Agenzia di Difesa Psicologica, in particolare in risposta alla guerra in Ucraina, poiché i paesi nordici sono, ovviamente, in prima linea in termini di tentativi di influenza russi. Ma non è una vera novità, perché gli stati neutrali, in particolare Svezia, Finlandia, E anche la Svizzera, attraverso il suo concetto di difesa generale, avevano già integrato questa nozione di resilienza e difesa psicologica della popolazione durante la Guerra Fredda. Ciò che è cambiato è il contesto internazionale, ma soprattutto i mezzi tecnologici che rendono possibile condurre una guerra cognitiva.
- Speaker #0
Abbiamo iniziato questa puntata con François Duclizel e il suo rapporto per la Nato.
- Speaker #1
Avviamoci alla conclusione leggendone ancora qualche riga. battuta nel dominio cognitivo con un approccio totalizzante. Ciò richiederà un migliore coordinamento tra l'uso della forza e le altre leve d'azione all'interno del governo. Potrebbe pure implicare cambiamenti nel modo in cui l'esercito è dotato di risorse, attrezzature e organizzazione, in modo da disporre di opzioni militari al di sotto della soglia del conflitto armato e migliorare il contributo militare alla resilienza.
- Speaker #0
inquadra la risposta militare in un approccio più ampio.
- Speaker #2
Se consideriamo quali paesi hanno maggiori probabilità di essere soggetti a sovversione, sono le democrazie, perché le democrazie danno libero accesso ai cittadini, cosa che non accade negli stati autoritari. Questa assimmetria di accesso rende le operazioni di controssovversione molto più difficili per una democrazia contro uno stato autoritario di quanto non lo sia l'inverso. Rispondere ai tentativi di guerra cognitiva richiede quindi una risposta multifattoriale su tutto lo spettro, operazioni sia civili che militari, e ciò implica che la risposta sia prevalentemente non militare. In altre parole, dobbiamo aumentare la resilienza di tutta la popolazione e degli individui a questo tipo di attacco.
- Speaker #0
Di fronte alla cattura dello spazio pubblico e personale da parte delle piattaforme Grazie. tecnologiche, in particolare americane, e all'aumento dei rischi digitali, nel dibattito politico europeo è emerso il concetto di sovranità digitale, ovvero la capacità di un paese di proteggere i propri dati, le proprie infrastrutture e di mantenere la propria autonomia strategica. Si tratta di un tema complesso che da un punto di vista tecnico tocca elementi la cui territorialità e quindi il grado di sovranità applicabile è molto variabile. hardware, software, reti, dati, la loro aggregazione e il loro sviluppo. Le strategie proposte o implementate sono generalmente di tipo normativo, come l'obbligo di ospitare determinati tipi di dati all'interno dei confini nazionali, oppure di tipo tecnico, come la creazione di infrastrutture digitali nazionali o di nuovi standard di sicurezza. Esiste quindi sia negli ambienti politici ed economici che nell'opinione pubblica una certa consapevolezza dei rischi associati alla dipendenza da attori tecnologici stranieri. Tuttavia, la minaccia cognitiva pone interrogativi che vanno oltre il dove sono ospitati i nostri dati o usiamo soluzioni tecniche locali. Tutte misure essenziali, ma insufficienti. Per proteggere una forma di Autonomia intellettuale che consenta... a individui e società di controllare la propria percezione della realtà e di prendere decisioni informate e indipendenti e quindi necessario pensare anche in termini di sovranità cognitiva. Nei prossimi due episodi parleremo di risposte non militari alla minaccia cognitiva, dapprima quelle legali e regolamentari e poi quelle sociali, individuali, educative e culturali. Ma per oggi Ci fermiamo qui. Sono Bruno Giussani e questo è il DevTech Podcast. Grazie per il vostro ascolto.